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De Marinis basta un filo d'erba, un albero, un papavero,
un viottolo, un fosso, un camminamento, un avvallamento
per costruire attorno un complesso di elementi che
architettano ed orchestrano, sempre con la solita
tecnica, una scena naturale e profondamente umana
in cui l'uomo non si vede mai, dove l'uomo è
fisicamente assente, ma spiritualmente presente con
una forza panica fatta di commenti e scorrimenti,
di fughe e di accertamenti.
Questi sono essenzialmente paesaggi dell'anima e dello
spirito. C'è quasi nelle tele di De Marinis
un'identificazione tra la natura e l'uomo, tra l'uomo
e la natura; quasi come se il pittore osservasse un
corpo, ricreasse un corpo; quasi come se ritraendo
la natura ritraesse l'uomo.
I paesaggi di De Marinis sono antropizzati - compaiono
casette, camminamenti, campi arati e seminati, sentieri,
fossi - ma non compare mai l'uomo, la figura umana
non c'è neanche come ombra, neanche di profilo,
neanche per cenni, neanche di sfuggita per non correre,
forse, il rischio di un'identificazione, ma sicuramente
per una denuncia dell'uomo che si è allontanato
dalla natura, dell'uomo che manipola e urta la natura,
dell'uomo che ha dimenticato la sacralità della
natura.
Il pittore impone l'uomo al di fuori delle sue tele,
lo caccia quasi fuori come un rimando evangelico,
forse a denunciare la sua solitudine e il suo soliloquio;
una solitudine e un soliloquio che hanno radici profonde
e trovano sbocco nella sacralità, nelle divinità,
nella celestialità del cielo, nel candore e
nella impalpabilità delle nuvole.
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